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Giacomo Leopardi

 

Giacomo Leopardi nacque la sera del 29 giugno del 1798, nel grande palazzo Leopardi di Recanati, nelle Marche, dal conte Monaldo e dalla marchesa Adelaide degli Antici.

Il 12 luglio del 1799 nasceva il fratello Carlo, il 6 ottobre del 1800 la sorella Paolina, che furono poi gli unici compagni d'infanzia del poeta.

Nel 1803 Monaldo Leopardi, che per incapacità aveva quasi perduto il notevole patrimonio di famiglia, fu costretto a trasferire nelle mani della moglie, donna energica e fredda, l'amministrazione dei beni rimasti; la marchesa Adelaide impose un regime di severissime economie, mentre il conte Monaldo continuava ad occuparsi delle sue attività preferite, la letteratura e la cura della ricchissima biblioteca di famiglia.

Nel 1807 i tre ragazzi Leopardi vennero affidati a due sacerdoti, don Sebastiano Sanchini e don Vincenzo Diotallevi, per la loro istruzione.

Paolina portava i capelli corti ed un abito scuro, che la faceva somigliare ad un pretino, e i fratelli scherzosamente, la chiamavano «don Paolo»; lei chiamava il fratello maggiore, al quale era molto affezionata, «Giacomuccio, Muccio, Mucciaccio, Muccietto».

Nel 1808 i ragazzi dettero il primo saggio di quanto avevano appreso, nel 1809 Giacomo scrisse un sonetto, La morte di Ettore, che è il suo primo tentativo poetico.

Il padre così scrive di lui, in un suo diario: «Da bambino fu docilissimo, amabilissimo, ma sempre di una fantasia tanto calda, apprensiva e vivace, che molte volte ebbi gravi timori di vederlo trascendere fuori di mente...».

Nel 1812 don Sebastiano Sanchini dichiarò al conte Monaldo che non aveva più altro da insegnare al giovane Giacomo, il quale, ormai, ne sapeva molto più di lui; già da qualche anno, infatti, Giacomo aveva cominciato a passare il suo tempo nella biblioteca di famiglia, occupandosi di studi e ricerche intensissimi, e di vario genere.

Nello stesso anno il giovane scrisse la tragedia Pompeo in Egitto e compose degli Epigrammi , si diede poi, da solo, allo studio del greco e compose varie opere in latino, nonché effettuò diverse bellissime traduzioni dalla lingua greca.

Nel 1816 scrisse l'idillio Le Rimembranze, tradusse il primo libro dell' Odissea ; pubblicò la traduzione nella rivista «Lo Spettatore italiano e straniero» di Milano.

L'impegno durissimo negli studi e nel lavoro letterario avevano già minato la salute del giovane poeta: soffriva allo stomaco, agli occhi, la sua colonna vertebrale si era deformata irrimediabilmente. In una lettera ad un amico egli stesso scriveva: «io mi sono rovinato con sette anni di studio matto e disperatissimo, in quel tempo che mi s'andava formando e mi si doveva assodare la complessione».

Nel 1817 conobbe il letterato toscano Pietro Giordani, il quale ne apprezzò le grandi doti intellettuali ed artistiche e lo aiutò a collaborare a giornali letterari e riviste.

Nello stesso anno pubblicò un Inno a Nettuno con traduzione e testo greco a fronte: in realtà anche il testo greco era opera sua, ma risultò così ben fatto da ingannare persino i più esperti studiosi.

Nel settembre del 1818 scrisse la canzone All'Italia e, subito dopo, la canzone Sopra il monumento di Dante .

Nello stesso periodo morì, di tisi, Teresa Fattorini, la figlia del cocchiere di casa Leopardi, che abitava in una dipendenza del palazzo; aveva 21 anni e Giacomo provava verso di lei una tenera simpatia; egli soffrì molto per la morte prematura della giovane.

Nel dicembre uscì il suo primo libretto di versi, contenente le canzoni scritte in settembre.

Nel 1819 Giacomo, dopo aver chiesto ripetutamente ma invano al padre il permesso di lasciare Recanati (dove il suo ingegno appariva del tutto sprecato) per recarsi in qualche grande città italiana, decise di fuggire di casa, ma il conte Monaldo scoprì il piano e sventò il tentativo.

Nel settembre dello stesso anno il poeta compose L'infinito , Alla luna ; continuava inoltre ad annotare pensieri, ricordi, spunti di lavoro in un suo grosso diario, che poi chiamerà Zibaldone .

Nel 1820 nacquero La sera del dì di festa , alcuni dialoghi , Il sogno , nel 1821 La vita solitaria , Nelle nozze della sorella Paolina (nozze che poi non ebbero più luogo), Bruto Minore .

Nel 1822 Giacomo ottenne il permesso di recarsi in gita a Roma, dove incontrò poeti e letterati, e partecipò a varie riunioni, ma restò profondamente deluso; tornato a Recanati, compose Alla sua donna ed altri scritti.

Dal 1824 al 1825 scrisse la maggior parte dei dialoghi e di altri scritti che poi verranno raccolti sotto il titolo di Operette morali ; nel 1825 andò a Milano, poi a Bologna; qui si innamorò della contessa Teresa Carniani Malvezzi, che lo trattò con una certa freddezza.

Nel 1826 pubblicò varie raccolte delle proprie opere e nell'estate si trasferì a Firenze, dove conobbe Antonio Ranieri, che divenne poi il suo amico più caro. Nell'autunno incontrò Alessandro Manzoni.

Nel 1828 scrisse A Silvia , nel 1829 Le ricordanze , La quiete dopo la tempesta , Il sabato del villaggio , ed iniziò la stesura del Canto notturno di un pastore errante dell'Asia .

Nell'anno successivo fu a Bologna, poi a Firenze, dove conobbe Fanny Targioni Tozzetti, una donna superficiale e vanesia, di cui si innamorò perdutamente, il che gli provocò infinite amarezze. In quest'epoca scrisse Il pensiero dominante , Aspasia , Il passero solitario .

Nel 1831 partì per Roma con l'amico Antonio Ranieri, poi tornò a Firenze, dove soffrì profondamente per il comportamento della Tozzetti; scrisse Amore e morte , Consalvo , A se stesso .

Giacomo decise successivamente di abbandonare per sempre Firenze e, con Ranieri si trasferì a Napoli, dove l'editore Starita iniziò la pubblicazione, in sei volumi, di tutte le sue opere.

Intanto la sua salute, sempre precaria, andava peggiorando; nel tentativo di rimettersi andò ad abitare, nel 1836, in una villa alle falde del Vesuvio, nei pressi della cittadina di Torre del Greco; qui scrisse La ginestra e Il tramonto della luna .

Nell'estate di quell'anno a Napoli si diffuse un'epidemia di colera; Giacomo ormai era in condizioni gravissime e il 14 giugno del 1837 morì, tra le braccia di Antonio Ranieri. Fu sepolto nella chiesa di San Vitale a Fuorigrotta, poi, di lì, le sue spoglie vennero trasferite presso la tomba di Virgilio, accanto alla chiesa di Piedigrotta.

Dieci anni dopo morì il conte Monaldo, vent'anni dopo la marchesa Antici; Paolina Leopardi si spense nel 1869 e Carlo nel 1878.

 

 

I giochi del piccolo Giacomo ( di Carlo Leopardi )

 

Noi fratelli ricevemmo in casa sua una severa educazione e una istruzione forse migliore di quella dei collegi. La nostra biblioteca e l'amore di nostro padre agli studi tennero luogo di maestri insigni e di esempi, lo loderò sempre nostro padre d'averci tenuti presso di sé.

La fanciullezza di Giacomo passò fra giuochi e capriole e studi; studi, per la sua straordinaria apprensiva, incredibili in quella età. Mostrò fin da piccolo indole alle azioni grandi, amore di gloria e di libertà ardentissimo.

Nei giuochi e nelle finte battaglie romane, che noi fratelli facevamo nel giardino, egli si metteva sempre primo. Ricordo ancora i pugni sonori che mi dava!

Provò funestamente precoce la sensibilità della natura. Anticipò quattro o cinque anni l'età dello sviluppo! Indi, com'egli mi confessò poi, tutti i mali fisici. Ebbe fin da fanciullo l'abilità straordinaria d'inventar favole o novelle, e di seguitarne alcuna per più giorni, come un romanzo. Questo faceva la mattina a letto, per mio spasso.

Aveva l'abilità e l'uso di fare presto, con tutte e due le mani, un certo gioco, come di nacchere, famigliare, diceva egli, agli antichi; onde faceva una certa musica.

Se non leggeva o scriveva, e questa, salvo gli intervalli del male, fu la sua vita quotidiana fino ai 24 anni, non poteva star fermo colle mani: giocava ogni momento con un tagliacarte d'osso, che portava in tasca anche fuori casa! Ogni bagattella che gli venisse alle mani la girava e la rigirava tanto che poi la rompeva.