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Mastro Don Gesualdo

 

 

La storia si svolge in Sicilia, e ha inizio nel 1821 (l'anno dei moti carbonari). Gesualdo Motta è un muratore di Vizzini che lavorando tenacemente e coltivando la religione della «roba» è diventato padrone di terre e di case. La sua storia si intreccia con quella della nobile famiglia Trao, caduta ormai nella totale miseria. Intorno a loro si affolla una società di aristocratici corrotti, di borghesi avidi e ambiziosi, quasi tutti ostili a Gesualdo, di umili popolani.

Bianca Trao ha una relazione con il cugino Nini Rubiera: viene scoperta dai fratelli e poiché non le è possibile sposare l'amante (per l'opposizione della madre di lui) deve accettare un matrimonio di convenienza. Lo sposo sarà Gesualdo Motta, che in questo modo riesce a coronare il suo sogno di innalzamento nella scala sociale. Le famiglie aristocratiche del paese, a loro volta, sperano con questa mossa di poter controllare l'intraprendente ex-manovale, prossimo ad impadronirsi delle terre che tradizionalmente sono sotto il loro controllo. Il proposito non si realizza: mastro-don Gesualdo continua imperterrito ad acquistare le terre comunali. L'integrazione di Gesualdo nella cerchia della nobiltà è d'altronde più apparente che reale: i nobili continuano a trattarlo come un inferiore. La sua stessa famiglia lo sfrutta e lo disapprova nel medesimo tempo, mentre la moglie Bianca gli è completamente estranea. Solo Diodata, la serva affezionata, che gli ha dato due figli e poi è stata data in sposa a Nanni l'Orbo, gli rimane fedele.

Durante i moti carbonari, Bianca da alla luce una bambina, Isabella, figlia non di Gesualdo ma di Nini Rubiera. Gesualdo la fa educare nei migliori collegi dell'isola, ma la ragazza, a contatto con compagne della classe aristocratica, cresce viziata e con troppi «grilli in testa», vergognandosi profondamente del padre. Nel 1837 fugge con il giovane Corrado La Gurla e, come la madre, deve piegarsi a un matrimonio riparatore.

Il marito è un nobile squattrinato, il duca di Leyra, che in breve tempo divora il patrimonio faticosamente costruito da Gesualdo. Colpito da un cancro, Gesualdo viene trasportato nel palazzo palermitano dei Leyra, e qui muore circondato dalla freddezza del genero, dal disprezzo della servitù, dal tardivo e muto pentimento della figlia, mentre la sua casa, a Vizzini, è stata saccheggiata da parenti e «amici».