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Tema sul degrado ambientale che ha ormai raggiunto livelli di guardia

 

Per secoli l'uomo ha sfruttato e piegato la natura a suo piacimento, traendone vantaggi immediati. Il successivo sviluppo industriale e tecnologico ha poi contribuito a modificare l'ambiente circostante, deteriorandolo in maniera talvolta irreversibile.

La gravità della situazione ambientale ha fatto si che, dopo anni di indifferenza quasi generalizzata, dove solo poche avanguardie lanciavano inascoltati appelli, la questione ecologica venisse finalmente riconosciuta come un problema di importanza primaria.

La continua crescita produttiva richiesta dalla società industriale viene attuata con enorme spreco di risorse ed attraverso la distruzione della natura.

La massiccia attività industriale, l'incontrollato sfruttamento delle risorse naturali, il costante uso di agenti chimici in agricoltura, la motorizzazione generalizzata sono solo alcune delle principali cause dell'inquinamento atmosferico ed idrico che minaccia la vita della terra, e sono tutte fortemente correlate all'industrialismo dei paesi, che hanno seguito un modello di sviluppo capitalista.

Il modello di sviluppo industriale, che domina nella maggior parte dei paesi ad economia avanzata, risulta cosi essere il maggior imputato dell'attuale stato di degrado.

Dalla rivoluzione industriale in poi la produzione non tende più al soddisfacimento dei bisogni primari dell'uomo, ma agli interessi del capitalismo.

Crescita economica e crescita della produzione di merci sono così diventati il fine primario da perseguire nei paesi industrializzati. Questi ultimi, in nome della febbre di sviluppo economico e dell'accrescimento delle possibilità competitive e di profitto, hanno sacrificato l'equilibrio ecologico.

La certezza di poter contare su quantità pressocché inesauri­bili di risorse naturali, e la sicurezza che la loro disponibilità sareb­be stata in grado di soddisfare le esigenze di tutte le popolazioni della terra, hanno contribuito al rafforzamento di una forma di sviluppo teso alla crescita illimitata, col conseguente accaparramen­to totale di risorse da parte dei paesi ricchi ed industrializzati.

Questa prospettiva ideologica, oltre a favorire, e di fatto a giu­stificare, le profonde diseguaglianze tra popolazioni e tra classi sociali («... ci sono risorse disponibili per tutti...»), ha fatto in modo che il patrimonio delle risorse naturali fosse depauperato fino all'inverosimile.

Ma mentre lo spazio circostante, l'ambiente e le risorse terrestri sono quantità finite e soggette ad esaurimento , il loro consumo cresce più rapidamente dell'aumento della popolazione. Allo stesso modo aumentano gli sprechi e le sperequazioni tra chi con­suma troppo e chi ha troppo poco da consumare, cosi come aumenta il degrado del pianeta causato da sistemi di produzione e di consumo squilibrati.

Anche se non si è giunti ancora ad un vero e proprio esaurimento delle risorse essenziali, quali acqua non inquinata, aria pura, alimenti, energia e territorio, alcune di esse cominciano a scarseggiare.

Risulta evidente, quindi, come sia indispensabile un drastico cambiamento del modus vivendi della popolazione mondiale, e in special modo di quella dei paesi più industrializzati. Azioni quotidiane, apparentemente innocue, sono in realtà disastrose per l'ecosistema che ci circonda. Risorse che riteniamo scontate sono in realtà agli sgoccioli, e, nonostante ciò, continuiamo a crearci bisogni superflui per la cui soddisfazione è necessaria la distruzione di ciò che ci circonda.

Alla società dello spreco deve perciò essere sostituita una so­cietà in cui produzione e consumo siano parte di un processo rispettoso dei cicli naturali.

Al concetto di sviluppo, che ha guidato la crescita economica e produttiva degli ultimi secoli, va opposto quello di limite dello stesso sviluppo. Questo dovrà essere riferito alle risorse ed all'ambiente circostante, entrambi elementi limitati da salvaguardare e da sottrarre agli interessi di lobbies industrial-affaristiche. La quantità della produzione va sostituita con la qualità della vita.

I presupposti del concetto di limite si basano sulla ridistribu­zione delle ricchezze tra il Nord ed il Sud del mondo e, all'interno dei paesi industrializzati, tra le classi sociali, in modo da soddisfare i bisogni dell'intera Terra.

Questo tipo di mutamento prospetta, quindi, il rallentamento della crescita materiale ed il perseguimento di una condizione economica stabile e basata sul minimo consumo di risorse. Per arrivare a ciò è necessario il superamento degli attuali valori consumistico-emulativi e quindi il rifiuto del capitalismo e delle logiche industrialiste.

Alla luce di queste considerazioni sembra essere indispensa­bile un'evoluzione della società industriale. Infatti è dall'economia concorrenziale e dalla concentrazione di forze economiche - siano esse statali o private - che deriva l'eccesso di sviluppo e lo sfruttamento dell'ambiente (oltre che dell'uomo) causa, a loro volta, di inquinamento, degrado e quindi minaccia della vita.

All'interno di modelli economici capitalisti, basati sulla crescita ininterrotta necessaria sia alla sopravvivenza stessa del sistema che come strumento per evitare l'equità distributiva (nel senso che è necessario avere tutti di più ma non tutti il giusto), sarebbe improponibile ed impensabile l'introduzione di modelli economici a basso consumo di energia e di risorse.

Inoltre, il rimedio agli attuali danni ambientali e la messa in opera di forme di prevenzione del degrado, comporta lo stanziamento di ingenti somme improduttive. Il denaro investito nella lotta all'inquinamento non solo non incrementa i profitti, ma crea inflazione e fa lievitare il costo del lavoro.

Perché una corretta politica per il risanamento ambientale sia attuabile sarebbe necessario, quindi, un sistema economico orientato verso i bisogni reali dell'uomo e verso la conservazione della natura, con un'utilizzazione misurata delle sue ricchezze. Tutto ciò potrebbe essere possibile proprio con un modello economico a basso consumo di risorse.