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Tema sul pregiudizio razziale

 

 
      

Gli avvenimenti degli ultimi mesi hanno ancora una volta reso attuale uno dei principali problemi della nostra società: la convivenza tra diverse culture e modi di vita, e quindi l'inserimento del «corpo estraneo» nel contesto sociale di quella che, in quel modello storico, è la società ospitante.

Questa difficoltà nei rapporti tra diverse civiltà è ben visibile se si ripercorre la storia del popolo zingaro e dei suoi contatti, caratterizzati da una difficile integrazione, con le diverse comunità che ha incontrato.

L'enorme distanza fra le due culture, e la grande ignoranza che circonda la storia e le vicende dei «figli del vento», conosciuti prevalentemente per i luoghi comuni e superficiali riflessioni che alimentano infondati timori, è la causa principale della discriminazione e della non accettazione di questo popolo senza nazione.

Fin dalle prime cronache che ci vengono tramandate da antichi scritti risalenti al 1400, il rapporto tra gli zingari ed i «gagè» - l'appellativo con cui il popolo nomade definisce chi non appartiene al suo mondo - si esprime costantemente attraverso attriti inconciliabili fra differenti visioni del mondo: da un lato la cultura sedentaria, che si consegna alla custodia rassicuratrice offerta dai villaggi e dalle città con i suoi modi di produzione contadini ed industriali, dall'altro la cultura nomade, propria di popolazioni caratterizzatesi per la predazione dei beni già presenti in natura, che rifiuta i sistemi di produzione tradizionali ed è costretta da continui spostamen­ti in abitazioni precarie ma adatte ai frequenti spostamenti.

La struttura nomade, tesa alla scoperta di nuovi spazi, senza tener conto dei rigidi confini geografici dettati dalle rigide regole della società sedentaria, ed il ricorso a fonti di sopravvivenza non affidati esclusivamente alla produzione dei beni, ma anche alla libertà di predazione, mettono immediatamente in allarme gli abitanti del­le città e dei villaggi. La cultura ed il modo di vita che si trovano di fronte è radicalmente diverso, inaccettabile agli occhi di chi coltiva le sue certezze nel radicamento delle mura cittadine e nella sicurezza che queste ed il benessere offrono.

Le prime notizie storiche ufficiali riguardante l'ingresso del popolo tzigano in Europa, risalgono al 1417, ma già in precedenti scritti è possibile individuare alcuni brani nei quali viene narrato l'incontro tra le due culture. Fin dai più remoti contatti scatta immediata l'incomprensione ed il pregiudizio, che danno vita ad un modello che si ripeterà nei secoli e che affonda le sue radici nelle paure dell'Occidente e del suo disagio in presenza di alternative di vita che sconvolgono quello tradizionale.

Il conflitto comincia così ad esprimersi attraverso la demoniz­zazione, la persecuzione e l'eliminazione della diversità in modo tale da riaffermare i valori preesistenti l'incontro.

Uno dei fattori determinanti la persecuzione è da far risali­re a pregiudizi religiosi. Monaci e frati del Medioevo, con i loro scritti hanno contribuito in maniera consistente ed autorevole a crea­re quegli stereotipi che nel corso dei secoli influenzeranno negativamente la cultura occidentale. In questi scritti il popolo degli zingari viene fatto discendere da Caino, e come il progenitore sono maledetti e condannati ad errare senza pace.

Col pregiudizio religioso crescono false leggende che cerca­no ispirazione e conforto in episodi narrati nelle Sacre Scritture. In questo modo gli zingari vengono di volta in volta descritti come coloro che hanno perpetuato la strage degli innocenti a Betlemme, sono loro quelli che hanno scacciato Gesù dall'Egitto, ancora loro che hanno spinto Giuda al tradimento ed hanno forgiato la lancia che colpì il Cristo in croce. Membri del popolo tzigano erano anche i fabbri costruttori dei chiodi usati per la crocifissione, e, per nulla impietositi dal dolore di Maria, costruirono chiodi più lunghi ed acuminati per infliggere maggior sofferenza la Cristo.

A seguito di questa ed altre leggende che si sono moltiplicate col passare del tempo e che li vogliono via via accusati di antropofagia, stregoneria, malefizi, furti, ecc., gli zingari diventano nell'immaginazione popolare dei demoni che bisogna cacciare ed annientare, diventano la proiezione delle diversità che indeboliscono le certezze acquisite, il capro espiatorio su cui scaricare disagi, mali e dolori che la razionalità non riesce a spiegare.

Da questa breve storia dei pregiudizi a cui la popolazione zingara è stata sottoposta, non si può fare a meno si rilevare l'analogia tra questa ed altre popolazioni da sempre sottoposte a discriminazioni: la popolazione nera, anch'essa fatta discendere da un progenitore maledetto e quella ebraica, accusata come la zingara di deicidio. Questa comunanza non è che la conferma, se mai ce ne fosse bisogno, della infondatezza di ogni supporto culturale che si voglia portare a sostegno di tesi discriminatorie, e della pericolosità degli stereotipi negativi che resistono nel tempo anche grazie a nuove false leggende che li rinsaldano.

Come già accennato in precedenza, non è il solo pregiudizio religioso ad alimentare la discriminazione nei confronti del popolo nomade, questo viene alimentato in maniera anche maggiore dal loro sistema di vita così radicalmente differente dal nostro. Risulta così importante, al fine di esorcizzare la paura del «diverso» in quanto ignoto, una conoscenza della struttura sociale di questa popolazione e del suo vivere e di produrre.

La popolazione zingara si divide prevalentemente in due grandi gruppi con diverse caratteristiche socio-linguistiche: i «Rom» ed i «Sinti». Questi a loro volta si suddividono in sottogruppi che prendono origine o dal mestiere tradizionale da essi esercitato - come nel caso dei Rom -, o dalle zone di insediamento - come per i Sinti -.

L'aspetto prevalente del sistema di vita tradizionale degli zingari, quello che ne ha condizionato in maniera prevalente l'organizzazione sociale, è il nomadismo.

Il nomadismo degli zingari non è facilmente classificabile, infatti, mentre in passato era dovuto sia alla necessità di sfuggire alle persecuzioni, sia al tipo di mestiere che essi esercitavano (prevalentemente fabbri ed allevatori di cavalli, mestieri per i quali era necessario spostarsi alla ricerca di nuovi pascoli e nuovi mercati), oggi si basa sulla necessità di sfruttare le risorse offerte dall'ambiente circostante.

L'effetto principale del nomadismo si ha sull'organizzazione sociale, che si caratterizza per la frammentazione in piccoli gruppi di famiglie, ciascuno dei quali può organizzarsi in maniera autonoma e differente monopolizzando l'accesso alle risorse economiche offerte dal territorio ospitante.

Il nomadismo ha così impedito la formazione di una realtà sociale unitaria degli zingari, tuttavia è possibile individuare un modello generale di struttura sociale che, pur con alcune differenze, può essere attribuito alla maggior parte dei gruppi gitani.

L'unità sociale più vasta degli zingari è costituita da più nuclei familiari, che, per un determinato periodo si riuniscono per sfruttare le risorse economiche della zona in cui sono insediati. Questa unità sociale, chiamata «Kumparia», è molto flessibile per ciò che riguarda il numero e la composizione dei gruppi familiari, ma, allo stesso tempo, è retta da rigide regole e forme di organizzazione.

A capo della Kumparia c'è un anziano, il «Bard rom», la cui autorità è basata sul prestigio personale a sua volta derivato dalla conoscenza dei valori tradizionali e dall'abilità nel rapporto con i gagè.

Anche se costituita per lo più da persone legate da vincoli familiari, la Kumparia non assume le caratteristiche di gruppo parentale, ma quella di un gruppo locale temporaneo. Non essendo una organizzazione stabile, non è su di essa che si basa la costruzione della solidarietà e dell'identità del gruppo.

A questo scopo agisce il nucleo base della struttura sociale degli zingari: la famiglia.

La famiglia estesa ha come scopi primari quello di trasmettere le tradizioni e la cultura alle nuove generazioni, e quello di offrire sostegno ai suoi membri nei momenti di crisi e nei conflitti che possono verificarsi sia all'interno che all'esterno del gruppo.

La famiglia nucleare è, per stabilità e solidarietà, il fulcro fondamentale del sistema sociale degli zingari. È essa che provvede alla sussistenza economica degli individui, al mantenimento della struttura sociale ed alla trasmissione della cultura.

La struttura familiare è profondamente patriarcale, è infatti il padre ad avere un'incontrastata autorità sulle mogli, sulle figlie e sui figli, i quali restano in seno alla famiglia anche dopo il matrimonio, finché divenuti anch'essi padri, se ne distaccano divenendo i capi della nuova famiglia.

Questa particolare struttura parentale, fa si che non esistono gerarchie all'interno dei gruppi, non esiste una famiglia che domina sulle altre. Ogni zingaro è capo della propria famiglia e come sola autorità esterna riconosce soltanto il consiglio dei capifamiglia di cui egli stesso fa parte.

Quest'ultimo, detto «Kris», è una sorta di tribunale incaricato di far rispettare le norme del gruppo e quindi giudicare chi le ha infrante.

Per ciò che riguarda la struttura economica e di sostentamento, è da notare come, sin dal loro apparire in Italia, Sinti e Rom hanno sempre avuto un proprio spazio economico all'interno della società agricola. Le loro occupazioni, che riguardavano principal­mente l'allevamento ed il commercio di animali, oppure l'artigianato, molti erano i fabbri ed i calderai, o ancora il settore «ludico», come lo spettacolo ambulante di acrobati ed animali ammaestrati, offrivano prodotti che erano molto apprezzati dalla società contadina, inoltre, grazie al nomadismo, erano latori di notizie da un luogo all'altro.

L'industrializzazione ed il conseguente abbandono delle campagne e del florido mercato ad esse legato, hanno provocato una grave crisi economica nei gruppi nomadi, crisi accentuata dal diffuso analfabetismo che rende difficile una reale riconversione professionale anche per quelle attività che si mantengono nella tradizione gitana, come il commercio ambulante o il possesso di piccoli «luna park». I più sono così costretti ad adattarsi a lavori saltuari non qualificati o a sopravvivere di accattonaggio, espedienti, piccoli furti o altre più gravi attività delinquenziali.

Questa breve disamina della struttura socio-economica degli zingari costituisce, come già detto, un modello generale comune a molti gruppi, ma, è da tener presente che le attuali condizioni di vita - caratterizzate dalla difficoltà di trovare campi sosta forniti almeno di quei servizi necessari per un miglioramento della qualità della vita, dalla convivenza forzata di gruppi diversi e contrapposti, e da uno stato di perenne emarginazione - provocano profonde trasformazioni nella struttura stessa e nei modelli culturali.

Allo stato attuale il problema fondamentale per i nomadi riguarda quindi l'esistenza materiale della propria comunità, la qualità della vita ed il rapporto con le società ospitanti. È fondamentale quindi che venga riconosciuto loro il diritto alla diversità: solo un'integrazione sociale che tenga conto delle radici culturali e delle specificità che fanno diventare popolo un insieme di persone potrà portare ad una convivenza pacifica e costruttiva per entrambi i popoli.

Solo rispettando la loro cultura e dandole dignità pari alla no­stra sarà possibile intervenire con equilibrio tramite interventi mirati al miglioramento delle condizioni di vita del popolo zingaro e dei suoi rapporti con i gagè.