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La droga è rifiuto e negazione di sé e degli altri, dell'esistenza umana e della società civile; essa va, quindi, lentamente ma radicalmente estromessa dalla trama quotidiana del vivere a vantaggio di una ricerca e di una pratica, certamente più dura e difficile, di principi, di valori più umani, più veri e gratificanti.

 

Insieme con il cancro la droga è ormai diventata il male del secolo.

Cancro e droga, dunque, insieme dilagano minacciando la vita dell'uomo. Considerandolo superficialmente questo accostamento sembrerebbe inopportuno, essendo il cancro un male che colpisce gli organi del corpo umano, contro la volontà dell'individuo; mentre, al contrario, la droga rappresenta principalmente un male morale, essa è soltanto un espediente per isolarsi dalla dura realtà che per le sue difficoltà sconvolge le menti più deboli. Un espediente, quindi, che però, dopo aver concesso pochi attimi di serenità durante quello che questi stessi individui chiamano "viaggio" conduce l'uomo ad una morte orribile, in se stessa triste, squallida.

Ma essa appare ancor più triste se si pensa che questa lenta distruzione, che conduce inevitabilmente alla morte, è del tutto artificiale: una sostanza che si presenta in polvere o come liquido, assolutamente stupida in sé se osservata dagli occhi di una mente sana, eppure tanto importante, indispensabile al benessere, seppure fittizio, dei tossicodipendenti che preferiscono suicidarsi lenta­mente, anziché affrontare la vita.

Dicevo che la droga deve essere definita un male e precisamente un male psichico e morale. Infatti viviamo in una società dove i veri valori umani sono stati emarginati, dove l'individuo non ha rispetto né di se stesso né tanto meno degli altri.

Il benessere eccessivo nel quale si nasce e si cresce diventa causa esso stesso della morte prematura di alcune persone.

Tanto la sua abbondante presenza quanto la sua totale mancanza, rende la vita difficile. L'una e l'altra condizione provocano sfiducia in se stessi e quindi rifiuto in quegli individui più deboli che non sanno più cosa sia giusto e cosa non lo sia.

Uomini di tutti i tempi sono stati sfiduciati, mai contenti di se stessi e tali sono stati filosofi, poeti, uomini di cultura; ma per lo più essi reagivano a questo stato d'animo, capivano che i vecchi valori non erano più consoni alla loro condizione di vita e ne cercavano di nuovi. Lungi da loro pensare di abbandonarsi ad una felicità artificiale, per di più fittizia.

Oggi, invece, è proprio il termine "uomo" che sembra aver perso del tutto qualsiasi valore; il progresso tecnolo­gico ha influenzato i rapporti umani, l'esistenza stessa dell'uomo. Più facile vivere false sensazioni piuttosto che affrontare la vita con i suoi problemi e sforzarsi di risolverli con le proprie capacità umane, questo ciò che probabil­mente pensa una di quelle menti malate che comunemente chiamiamo tossicodipendenti.

L'estromissione radicale della droga rappresenterebbe un grosso successo che libererebbe da moltissimi altri problemi l'intera società e tutti potremmo vivere una vita più serena, arricchita da nuovi valori di umanità che ciascuno deve con le proprie forze, ha il diritto ed il dovere di ricercare per se stesso e che renderebbe più piacevole, perché più vera, qualsiasi sensazione.

Ma perché sia possibile attuare un simile progetto c'è principalmente bisogno che l'uomo prenda coscienza della sterilità di una vita simile e poi che si renda tanto forte da poter affrontare con successo la vera vita che è al di là dei "viaggi", che di vero hanno solo la morte che procede lenta ed inesorabile.