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Tema sui Promessi Sposi : primo vero romanzo storico.

 

«Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno...».

Sono i primi versi de «I Promessi Sposi», versi che anche chi non ha letto l'intero romanzo identifica subito come il suo inizio. Versi descrittivi che raggiungono lo scopo prefissato dall'autore: far calare il lettore nell'atmosfera in cui si svolgono i fatti, o almeno parte di essi.

E' a Lecco, infatti, che ha inizio la travagliata storia d'amore tra Renzo e Lucia, una storia che, per il capriccio di un signorotto di paese, solo tra alterne vicende raggiungerà il suo felice epilogo.

«I Promessi Sposi» sono un romanzo storico, il romanzo storico per eccellenza. Il Manzoni li scrisse, infatti, nell'800, quando di romanzi storici in Italia si cominciava appena a parlare sulla scorta dell'esempio di Walter Scott. Il concetto di Walter Scott fu però completamente rivisto dal Manzoni che ne trasse il vero e unico romanzo storico.

E' importante precisare il concetto di romanzo storico perché è qui che sta l'essenza de «I Promessi Sposi» e la ragione per cui è diventato uno dei caposaldi della nostra letteratura.

Lo stesso Manzoni esponeva i criteri ai quali, a suo avviso, doveva informarsi il romanzo storico in una lettera del novembre 1821 a Claude Fauriel, suo amico e confidente, quando, allo stesso tempo, gliene chiedeva la revisione.

Non per nulla, come si evince da alcuni piccoli ma importantissimi componimenti del Manzoni, come il discorso "Del romanzo storico e in genere dei componimenti misti di storia e invenzione" del '45, la lettera "Sul Romanticismo" a Cesare D'Azeglio del '23 e l'esemplificativa "Lettre a Monsieur Chauvet sur l'unite de temps de lieu e d'action dans la tragèdie", il credo poetico dello scrittore era incentrato nella formula per cui "la poesia e la letteratura in genere debba proporsi l'utile per scopo, il vero per soggetto, l'interessante per mezzo".

A ben vedere è proprio quanto Manzoni mette in pratica nel suo capolavoro.

Lo scopo che si prefiggeva era infatti di convincere gli uomini che bisogna sempre avere fiducia nella Provvidenza, in quel "Dio che atterra e suscita - che affanna e che consola". E' a Lui che Lucia e sua madre Agnese si rivolgono ed è a Lui che Lucia si era votata rinunciando per sempre al suo amore. Se non fosse stato per Padre Cristoforo questo matrimonio davvero non si sarebbe fatto.

A conferma di ciò ci par giusta una breve cronistoria di questo completo avvicinamento al credo assoluto e la cronistoria ci riporta agli anni della sua adolescenza vissuta in collegio, lontano da affetti familiari per terminare con la morte del padre che lo vide solo a Milano ospite di una vecchia zia dove, lasciato libero, ebbe modo di affondare in un intenso periodo di dissipazione fatta di vizi di varia specie fino alla dissolutezza e quindi al gioco d'azzardo; fin quando, tornato a Parigi, dalla madre, pochi anni dopo, divenne sposo di Enrichetta Blondel e fu proprio dopo il suo matrimonio che un piccolo incidente capitato alla giovane sposa quasi lo costrinse a rifugiarsi nella parigina chiesa di San Rocco, come per alleviare il proprio turbamento.

E fu in quella chiesa, in quel periodo che maturò il suo riavvicinamento al credo totale. Frequentò a lungo sacer­doti e ambienti carichi di giansenismo che lo portarono all'accettazione della morale cattolica.

Tutto ciò è tipico in vari soggetti che hanno vissuto analoghi rapporti nell'adolescenza fino ai primi anni della gioventù.

Non a caso dopo periodi più o meno brevi di sfrenata libertà morale, dove la vita dell'anima era esclusivamente dettata dalle passioni più invereconde, l'uomo, attraverso un pentimento graduale, attraverso una maturità interiore si è riaccostato alla spiritualità dell'anima divenendone il sacerdote.

Il Manzoni ha percorso questa strada, questo iter morale che con enfasi letteraria ha trasmesso attraverso la sua opera immortale. La presenza della Provvidenza pervade l'intero romanzo. La stessa conversione dell'Innominato, tanto eloquentemente descritta, è stata più volte rappor­tata a quella del Manzoni, anch'essa avvenuta in età avanzata e non senza lunga meditazione.

Sicché il romanzo sarebbe un inno alla Provvidenza, finalmente conquistata dallo scrittore, un inno sempre più sorretto da un perfetto equilibrio letterario.

Questo equilibrio, estrinsecato nell'opera, per cui l'ide­ale calandosi nel reale lo purifica e lo legittima, non ha tolto al libro la sua verve poetica e non poteva diversamente costituendo questa uno degli aspetti fondamentali della mentalità e della fantasia del Manzoni. Ed è proprio sulla scorta di questo equilibrio che lo scrittore riesce a giudicare serenamente quella fase della sua vita che lui stesso indica «sudicia e sfarzosa» pur senza tacerne una forma di condanna. Un equilibrio, dunque, che lo ha sorretto nella stesura dell'opera legittimandolo in una triade storica: rigorismo etico, umorismo e contemplazione. Di questa triade quello che maggiormente potrebbe gravare danno­samente sulla fantasia del poeta è nel libro raramente presente proprio perché questo rappresenta la posizione estrema della religiosità del Manzoni. Tanto è vero che nel libro quelle che potrebbero individuarsi come pagine di polemica sono più che altro narrazioni sveltite da motivi polemici e morali. L'umorismo lo ha messo al servizio della creatività dando vita a tutta una serie di personaggi che popolano attivamente il racconto. A questo punto c'è da dire che se pur da un trovato equilibrio nasce il suo umorismo altrettanto vero è che questo è frutto di una straordinaria capacità di osservazione, di una grande tendenza all'arguzia. La contemplazione, o la meditazione commossa, è rivolta allo studio dei dolori e dei travagli dell'uomo o di quelle anime il cui male si presenta non con l'abitudine al vizio ma attraverso passioni travolgenti senza dominio e senza regole sorrette nella loro corruzione da un secolo famoso per il suo smodato libertinaggio.

Queste caratteristiche del Manzoni, l'austera religiosità, le sue doti di psicologo e di osservatore, la sua capacità di comprendere e compiatire lo portano ad approfondire dolori e sventure fondendoli in un'unica austera e com­mossa meditazione da cui mai devia la mano e la mente dello scrittore.

Lo scopo, sempre utile, era però anche un altro. Attra­verso il racconto della tirannia spagnola del '600, il Manzoni denunciava quella austriaca dell'800. Era un espediente per stimolare gli italiani, per svegliarli dal sonno nel quale parevano immersi. L'uso della maschera naturalmente era d'obbligo, gli austriaci erano implacabili.

Ed a proposito di popoli e governanti, sulla scia di quanto discusso precedentemente a proposito dell'equili­brio c'è da fare una considerazione critica sempre poco spiegata dagli storici e dai letterati e cioè che come il Manzoni facilmente, anche se sempre con molto rigore morale, riesce a giustificare ed a giudicare con serenità le colpe dei singoli nel caso di governanti, popoli uniti e belligeranti, mai riesce a pervadere l'analisi di un qual tipo di alone giustificativo o quanto meno di attenuanti.

Il Manzoni infatti non si chiede mai se con quella mentalità e in quei frangenti fosse possibile agire diversa­mente. Egli così umano e raffinato nel pensiero nel coglie­re i reconditi motivi delle colpe dei singoli, quando esamina, invece, le azioni di popoli e governi chiede loro una logica e rigida coerenza di affetti e azioni, quella stessa coerenza che non è mai possibile avere quando gli animi sono turbati, irritati, commossi.

Tornando ai punti della formula che ispira il romanzo storico, abbiamo letto che il Manzoni individuava il secondo nel porsi come soggetto il vero. Ebbene, innanzitutto la storia d'amore di Renzo e Lucia, con tutte le sue traversie, è certamente vera. Infatti è lecito credere che se anche non sono esistiti proprio quell'uomo e quella donna, proprio quel Renzo e quella Lucia, senza alcun dubbio in quel particolare contesto storico, la dominazione spagnola, di storie come questa ce ne sono state più d'una.

D'altra parte il romanzo è frutto di una lunga ricerca storica da parte del Manzoni, che ha scandagliato i fatti del '600, e in particolare del periodo in cui si svolge l'azione di Renzo e Lucia e degli altri protagonisti del romanzo, in tutti i più piccoli particolari.

L'esigenza di spostare l'azione, ad un certo punto, da un capo all'altro dell'Italia, ha reso necessario da parte dello scrittore una conoscenza approfondita dei fatti di più di una città e lo studio dei caratteri e dei comportamenti delle relative popolazioni. Altrimenti il racconto non sarebbe mai stato così rispondente alla realtà e non avrebbe dunque dato a questo romanzo l'impronta storica che a tutti è dato di riscontrare.

I particolari che ci fornisce sulle caratteristiche della peste e sul comportamento delle popolazioni colpitene è senza dubbio frutto di uno studio accurato di cui bisogna rendere merito all'autore.

L'ultimo punto consiste nel porsi come mezzo l'interessante.

Una storia come quella di Renzo e Lucia, piena di complicazioni risolte, di ostacoli superati, situazioni reali ma inaccettabili, era certamente interessante.

Renzo e Lucia sono i protagonisti e a prima vista sembra che l'intero romanzo non narri che le loro vicende, ma ad un lettore attento non sfugge che il vero protagonista qui è proprio quello che invece fa da sfondo: i fatti del '600, la storia.

C'è chi leggendo il romanzo nei giorni nostri, alle soglie del 2000, quindi carico di una cultura che non è più soltanto classica, in un'epoca che non è più come quella in cui fu scritto, un'epoca che di romanzi ne ha visti di tutti i tipi, di libri di storia anche, che ha completamente "saltato" il Romanticismo e quanto lo aveva preceduto e si è trovato subito di fronte ad una letteratura che vede i fatti per quello che sono, c'è chi, dicevo, ha paragonato «I Promessi Sposi» ad un romanzo stile Liala, una semplice, comunissima storia d'amore a lieto fine.

Bene, questo qualcuno non ha capito l'essenza del romanzo, quell'essenza che siamo andati fin qui illustrando. Ciò che fa de «I Promessi Sposi» un capolavoro universale, unico nel suo genere.

«I Promessi Sposi» rappresentano una svolta che molti hanno cercato di emulare, ma sono riusciti solo ad imitare.

Come la «Divina Commedia» è e sarà sempre l'unico grande capolavoro della poesia italiana, «I Promessi Sposi» rimarranno il caposaldo della nostra letteratura. Non per nulla si tratta della prima vera prosa italiana, frutto di lunghi studi proprio sulla lingua.

Manzoni approda alla stesura finale in un italiano pressoché perfetto e praticamente identico, se non per qualche desinenza ancora un po' arcaica, a quello dei nostri giorni e perciò leggibilissimo sin dalle scuole elementari, dopo vari rimaneggiamenti e, praticamente, due complete e diversissime stesure. La prima del 1823 aveva anche un titolo diverso: «Fermo e Lucia» e la prosa non conosceva ancora la forma che invece assume ne «I Promessi Sposi», frutto di una profonda rielaborazione del romanzo e prima edizione dello stesso nel '27.

Anzi per quanto riguarda il titolo finale Manzoni fu a lungo incerto tra «1 Promessi Sposi» e «Sposi Promessi».

Ma lo scrittore non era ancora soddisfatto e dopo vari rimaneggiamenti alla lingua e allo stile vide la luce la seconda edizione de «I Promessi Sposi» del 1842. Ed è la seconda edizione, naturalmente, quella che noi leggiamo.

Il romanzo, dunque, si inserisce in quella tanto travagliata «questione della lingua italiana» che vide tra i suoi protagonisti lo stesso Manzoni.

La conclusione a cui giunge il Manzoni a questo proposito è che occorrerebbe risolvere nella lingua viva dei "ben parlanti fiorentini colti" il problema della lingua unitaria di tutti gli italiani, con ampia apertura, per altro, (indice del buon senso e delle approfondite conoscenze linguistiche del Manzoni) non soltanto ad altri modi dei dialetti toscani o, comunque, italiani -quando una esecuzione di questa possa ovviare alla mancanza del termine fiorentino o toscano per indicare alcunché- ma anche a lingue straniere o a vocaboli nuovi che ogni colto scrittore avrebbe il diritto di inventare (D'Annunzio, come si sa, costituirà un caso tipico al riguardo) per esprimere situazioni, cose, fatti che altrimenti (o prima) non avrebbero potuto essere presi in considerazione.

Da questo punto di vista, indubbiamente, il Manzoni contribuì potentemente a svecchiare la nostra lingua, liberandola dagli impacci e dai paludamenti accademici. Ed anche se la bella e sciolta lingua del Manzoni corse il rischio di diventare essa stessa una sorta di linguaggio accademico nella inevitabile cristallizzazione manieristica degli imitatori (come si sa, il Carducci combatterà aspramente "il manzonismo degli stenterelli") resta merito dell'autore de «I Promessi Sposi» aver dato avvio ad un modo di scrivere e di parlare esemplarmente nuovo per tutte le regioni di quell'Italia che stava per venir fuori unificata -almeno come territorio- dal Risorgimento.

«I Promessi Sposi» è un romanzo unico nel suo genere che ogni buon italiano dovrebbe.aver letto. E' un romanzo alla portata di tutti, tant'è che lo si comincia a leggere alle scuole elementari per poi riprenderlo, per una lettura più approfondita, alle superiori. D'altra parte questo era lo scopo che si prefiggeva il Manzoni.

Le lunghe rielaborazioni erano motivate proprio dall'esigenza di rendere il romanzo accessibile a tutti gli strati sociali.

Lo può leggere un bambino di dieci anni perché il discorso è fluido e semplice; lo troverà, molto probabilmente, un racconto noioso, un racconto impostogli e perciò stesso lo rifiuterà. Lo leggerà superficialmente senza poterlo capire, ma lo avrà letto.

Lo leggerà l'adulto incolto e lo troverà una comunissima storia d'amore, ma lo avrà letto.

Lo leggerà, infine, chi, dopo lunghi studi di storia e di letteratura, ne apprezzerà tutto il significato. Non è possibile, infatti, avvicinarsi con spirito critico a questo romanzo se non se ne conoscono le motivazioni e la stessa evoluzione personale del Manzoni.

Questo romanzo è il frutto dell'intera attività di uno dei più grandi rappresentanti della letteratura italiana. E' il sigillo di un'evoluzione letteraria.

E' giusto che ognuno lo legga e arrivi fin dove può; quale che sia il grado di approfondimento e comprensione comunque avrà arricchito il proprio bagaglio di conoscenze e potrà dirsi facente parte di un universo letterario che unisce tutti nell'universalità di questo romanzo, attraverso le cui pagine la costernazione è il tono continuo con cui, con sobrietà immortale, passano i dolori di tutto un popolo.