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Precorrimenti umanistici nei tre grandi trecentisti: Dante, Petrarca, Boccaccio.

 

Una felice definizione qualifica l'Umanesimo un'«etica della nobiltà», intendendo evidenziare la nota fondamentale di un periodo storico teso ad esaltare la grandezza del genio umano nella sua azione creatrice, nello sforzo di sviluppare autonomamente tutte le forze potenziali dell'intelletto e del suo spirito di iniziativa. La società umanistica esalta tutto ciò che porta alla più alta perfezione dei rapporti umani attraverso la ricerca e un lavoro culturale, che ha come modelli i valori spirituali dei prodotti letterari dell'antichità. Non è, pertanto, meraviglia che tali finalità nobilitanti siano state percorse da tutta una serie di attestati culturali presenti all'interno della civiltà medievale. Trascurando le numerose testimonianze minori, è per noi importante l'esempio del geniale autore della Divina Commedia, che rivela, pur nella sua formazione fondamentale decisamente medievale, consapevoli ed evidenti anticipazioni della nuova sensibilità verso la quale l'umanità è fatalmente avviata. Dante è il primo, dopo quasi un millennio di storia, a ravvicinarsi all'antico con intento amoroso proprio di chi nelle testimonianze del passato ricerca il perenne messaggio di un'umanità migliore e superiore. Il «lungo studio e il grande amore», che è il segreto di ogni conquista, porta il poeta fiorentino a considerare, sull'esempio dei grandi del passato, la vera natura dell'essere umano provvisto di ragione e di volontà, abilitato quindi alla conoscenza dell'ignoto e alla realizzazione del progresso morale e civile del mondo. Nell'esortazione di Ulisse ai suoi compagni a non tradire la loro natura di esseri razionali in procinto di avventurarsi al «folle volo», l'Alighieri intende esaltare l'anelito dell'uomo umanistico alla conquista di un destino pieno di incognite e di pericoli ma illuminato dalla visione di un futuro radioso.

La coscienza del rinnovamento umanistico assume proporzioni macroscopiche nel cantore di Laura, considerato a ragione il primo uomo moderno. Nello sforzo costante di recuperare la letteratura classica ai valori genuini, attraverso un assiduo lavoro di ricerca e di interpretazione, il Petrarca preannuncia la preziosa attività filologica degli umanisti. Il latino petrarchesco modella il proprio stile su quello dei maggiori classici dell'antichità, in particolare su Seneca e Cicerone; e quando nell'Africa intende esaltare il genio e la potenza romana, non esita a recepire la materia del suo canto in Livio e l'eccellenza stilistica in Virgilio. È significativo che una tale attività filologica sia sempre accompagnata nel Petrarca da tre atteggiamenti squisitamente umanistici: incontenibile gioia per le scoperte, rimpianto per la perdita di tante preziose testimonianze, fastidio e impazienza verso gli ostacoli che si frappongono al lavoro di recupero. Ma l'attività filologica non è mai fine a se stessa nel Petrarca. In essa è sempre presente lo sforzo di reperire negli esempi del passato le linee maestre alle quali adeguare le propria vita. Questa tenace operazione di confronto non si risolve, però, in un puro e semplice modulo imitativo, ma serve ad informare la propria vita sui principi elaborati da quegli illustri modelli. Non esiste, in altre parole, dicotomia tra letteratura e vita, ma l'una e l'altra procedono in perfetta armonia in una sintesi tipica della civiltà umanistica. Su questa coerenza sentimentale si fonda anche il cristianesimo petrarchesco. Il vecchio e il nuovo mondo rivelano la loro comune validità non certo sulla fede, della quale l'antichità era priva, ma sui principi morali esaltati in entrambe le civiltà, pagana e cristiana. Un altro elemento umanistico nel Petrarca è da ricercarsi nel gusto per l'otium degli antichi, che gli fa amare la solitudine e la pace campestre confortate dagli studi letterari e dal dialogo con i fedeli e dotti amici. Anche in questo atteggiamento la lezione petrarchesca avrà nel Quattrocento puntuale attuazione: nel gusto per una vita aristocratica e perfetta in armonia con gli studi letterari, nel culto per la virtù, nel sereno distacco da tutto ciò che opprime la dignità dell'uomo. Un altro aspetto umanistico del Petrarca si evidenzia nel disprezzo per la filosofia scolastica e per la dialettica aristotelica, che gli fa preferire l'ampio respiro del platonismo attraverso la lettura di Sant'Agostino.

Prescindendo da altri elementi caratterizzanti dell'umanesimo petrarchesco, non bisogna trascurare l'altra figura dominante del Trecento: il Boccaccio. Sulla scia del grande maestro e amico l'autore del Decameron coltiva l'amore per l'erudizione classica e prosegue la stessa idea sull'ufficio del poeta. A differenza del Petrarca, il Boccaccio allarga le proprie conoscenze dell'antichità con lo studio del greco, in virtù del quale è in grado di arricchire la cultura occidentale con molte nozioni sino allora sconosciute. Comune al Petrarca si rivela la sua dedizione alla letteratura, per mezzo della quale spera di conseguire gloria terrena e riconoscimenti materiali. Tale desiderio di onori e di ossequi, confortato da incarichi politici, riceve solenne conferma dalla pubblica lettura dantesca, in cui egli può fare sfoggio della propria dottrina ed esaltare il suo amor patrio. L'umanesimo boccaccesco, tuttavia, si definisce soprattutto nella simpatia per le azioni, anche riprovevoli, frutto di geniali operazioni dell'intelletto umano. L'etica boccaccesca, insomma, incarna la concezione umanistica della «virtù» nel suo potere determinante di modellare il destino dell'uomo.