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Nel 1700 la cultura illuministica investe le immense possibilità dello spirito critico.

 

L'illuminismo fa sue e porta a compimento quelle istanze, già presenti nel Rinascimento, che ponevano l'uomo al centro dell'universo e gli restituivano la fiducia nelle proprie energie, trasferendo nel campo dello spirito quella libertà di indagine che già si era attuata nel campo delle scienze naturali: come la realtà naturale va studiata con la sola esperienza, così la vita dell'uomo va esaminata con le sole forze della ragione, libera da ogni prevenzione teologica.

Dunque, nella vita politica e sociale, nel mondo della morale e del sentimento, nella filosofia e nella letteratura, soltanto la Ragione può essere la norma e la guida, non le sovrastrutture e le convenzioni del passato. Conseguenze di questa concezione furono da un lato la negazione delle realtà metafisiche e trascendenti, e dall'altro la rivalutazione del mondo sensibile e materiale. Entrava così in crisi la religione tradizionale, considerata nemica al libero svolgersi del pensiero, fonte di superstizione, di fanatismo e di ignoranza.

Così pure i principi della morale e la base del diritto non vanno più cercati nella rivelazione divina, ma nella natura stessa dell'uomo.

Occorre, dunque, riesaminare il presente alla luce della ragione e restituire all'uomo i suoi diritti e la sua libertà, nell'orgogliosa fiducia che l'uomo può ricostruire una società più libera e più giusta.

Anche tutto il passato deve essere riesaminato alla luce della ragione, la quale potrà accettarlo o negarlo, dopo averlo liberato da tutto quello che non appare conforme ai suoi dettami. Nasce così l'antistoricismo, la tendenza cioè a considerare il passato come una decadenza progressiva dallo stato perfetto di natura ad una condizione di aberrazione ed oscurantismo: l'uomo è nato libero, ma le istituzioni di natura politica o religiosa altro non hanno fatto che limitare la sua libertà; tutti per natura sono uguali, ma le strutture della società hanno creato la divisione delle classi e i privilegi.

La ragione, rinnovando le istituzioni o elaborando nuove strutture politiche e sociali, può ridonare all'uomo quello stato di felicità che lo sviluppo irrazionale della società gli ha tolto.

E' naturale che da questa concezione nasca anche un nuovo modo di intendere la letteratura, la quale non dovrà più essere fine a se stessa, ma, abbandonato lo studio astratto dei problemi metafisici, dovrà dedicarsi alla soluzione dei problemi concreti dell'uomo e della società, dovrà essere un mezzo per illuminare le menti.

Scompare così la vecchia letteratura, per lasciar posto ad una letteratura più viva e moderna.

Alla richiesta di una letteratura che badi alle cose e non alle parole, è legata anche l'esigenza di un linguaggio nuovo, tale che possa veramente esprimere ideali moderni in forme vive e piacevoli.

L'illuminismo così, nato come ricerca nel campo scientifico e come riesame critico della letteratura tradizionale, ancora legata ai pregiudizi tradizionali e alla superstizione, si tradusse, nel campo pratico, in una critica della società e in una volontà di migliorarla attraverso ordinamenti più giusti e razionali.

L'età dei "lumi" non avrebbe lasciato un'orma indelebile nella storia della civiltà, se non avesse contribuito a rendere più prospere le nazioni e più sagge le istituzioni.